Teatro e Internet: un dialogo possibile?


Dopo un anno difficilissimo per il comparto teatrale, abbiamo voluto capire se Internet può essere uno strumento davvero utile per chi lavora in scena. Lo abbiamo chiesto a Stefania Evandro, attrice e regista teatrale avezzanese, dal 2005 Direttrice Artistica del Teatro Lanciavicchio.

Può esistere un dialogo tra il teatro e Internet?

Il dialogo tra teatro e Internet ci può essere, ci potrà essere, però è tutto da costruire in futuro. Nel senso che se noi oggi ci limitiamo a considerare lo spettacolo teatrale confezionato per una situazione di incontro con il pubblico dal vivo, e lo trasportiamo immediatamente in un supporto digitale, quindi per l’incontro attraverso il video, questo incontro è assolutamente limitato. Però credo che, come qualsiasi momento di crisi, c’è bisogno di riflettere e di rielaborare dei nuovi linguaggi. Non abbiamo bisogno solo di nuovi temi, di nuove modalità di incontro, ma anche di nuovi linguaggi. Quindi io credo che c’è un incontro che si sta creando, un rapporto reciproco fra il video e il teatro, ma che è ancora tutto da costruire. Non ci dobbiamo limitare al fatto che il teatro non può esistere attraverso il video, nascerà una nuova modalità di incontro fra il teatro e il video. Non adesso, ma adesso è il momento di rifletterci.

I social media ci hanno reso un po’ tutti “attori”?

Credo che da un certo punto di vista i social abbiano fatto emergere la necessità di un protagonismo che manca nella vita, evidentemente. E non stiamo qui ovviamente ad analizzare quali sono i meccanismi che impediscono tale protagonismo per un cittadino. Però, sicuramente, manca il fatto di sentirsi all’interno e in prima linea in una vita sociale collettiva, e i social forse danno un aiuto su questo –  non sempre positivo non sempre interessante – però in qualche modo c’è un bisogno di mettersi in scena: mettere in scena se stessi, la propria vita, la propria famiglia, i piatti che si preparano… Io, pur non avendo un profilo social, attraverso quello della mia associazione vedo che c’è un bisogno di mettersi in scena, di mostrarsi in un certo modo. Avvicinare questa cosa all’arte dell’attore, per quanto mi riguarda, no. Perché in realtà l’attore in scena è straordinariamente vero. L’attore in scena, nonostante utilizzi una maschera, fisicamente una maschera, oppure il personaggio sia comunque una maschera che, ovviamente, nasconde la verità dell’attore in quanto persona, in realtà in scena c’è bisogno di far emergere sempre una verità. E l’attore non può mai fingere in scena, perché altrimenti il pubblico lo sente,  percepisce immediatamente la finzione. Quindi il lavoro dell’attore è il contrario: è la ricerca della verità.

Quali storie vi hanno accompagnato in questi mesi?

In questi mesi ho cominciato a lavorare in maniera più approfondita ad una storia che mi appassiona da tanto tempo, la storia di Marie Curie e quella delle scoperte dei coniugi Curie, quindi la scienza, un ambito così lontano da quello che vivo io tutti i giorni e che però in qualche modo oggi ci riguarda. I coniugi Curie non vollero tenere per sé le scoperte relative al radio, proprio per fare in modo che tutta l’umanità ne potesse giovare, quindi non chiusero le loro scoperte in un brevetto. Stranamente questa storia, che è distante un centinaio di anni, ci riporta a quello che stiamo vivendo nel mondo contemporaneo, dove il discorso dei brevetti è un discorso presente e che viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle; quindi un discorso legato alla scienza, legato all’etica dell’essere scienziato, all’ essere cittadino di un mondo che sente vicino, quindi né come mercato, né come rivale. Credo che la storia dei coniugi Curie da questo punto di vista sia una storia molto attuale, molto interessante, e la sua, in particolare, quella di Marie Curie, davvero bella: una donna straniera che ha dovuto combattere, non per ottenere dei risultati economici, come abbiamo visto, ma semplicemente per fare quello che voleva: studiare e cercare nuove realtà. Che è una cosa complicata, ma che si può fare anche in momenti di grande difficoltà, come ci mostra la sua vita.

Stefania Evandro
Direttrice Artistica Teatro Lanciavicchio

✉️  info@lanciavicchio.it
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1969

1969

L’agenzia statunitense ARPA, istituita dal ministero della Difesa, lancia il progetto ArpaNet, la rete che avrebbe dovuto mettere in contatto i ricercatori delle università americane. Viene stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e la University of Utah. Viene definito

1971

1971

ArpaNet si sviluppa rapidamente: agli inizi degli anni ’70 sono ben 23 i computer collegati tra loro negli Stati Uniti. In quello stesso periodo Ray Tomlinson definisce il programma per lo scambio di messaggi in rete e nasce la posta elettronica.

1974

1974

Grazie al lavoro di ricerca del CNUCE di Pisa nasce RPCNET, tra le prime reti in Europa in grado di competere per efficienza con ARPANET ed altre reti esistenti all’epoca.

1978

1978

Bob Kahn e Vint Cerf definiscono i protocolli TCP/IP. Grazie all’utilizzo dei router le informazioni vengono “impacchettate” con un sistema IP, in modo da farle viaggiare su reti diverse. Un anno dopo Luciano Lenzini, responsabile del reparto Networking del CNUCE, incontra Peter Kirkstein, direttore del dipartimento della Computer science della University College of London, che gli propone di partecipare al progetto di sperimentazione europea di

1980

1980

Il protocollo TCP/IP viene adottato come standard e comincia la diffusione di Internet. Lenzini scrive a Bob Kahn per chiedere di partecipare al programma di sperimentazione della nuova rete di trasmissione dati promosso dalla agenzia DARPA del Dipartimento della Difesa del Governo USA. Durante una riunione a CNUCE stabiliscono la configurazione del nodo italiano di Internet.