L’innovazione creativa: idee e strategie per lo sviluppo locale

Quanto è importante la comunicazione per un territorio come la Marsica? Lo abbiamo chiesto a Maicol Palumbo, direttore creativo e autore di numerose iniziative pubblicitarie legate ad Avezzano.

Quali opportunità può offrire il nostro territorio a chi decide di restare o di tornare?

Il nostro territorio ha la possibilità di far nascere delle realtà di grande valore che possono apportare, da un punto di vista culturale, artistico e turistico, veramente tanto. Quello che dobbiamo capire noi cittadini è che ci vuole un pochino più di impegno personale. È assolutamente facile tornare in un territorio come il nostro, a patto che ci sia un’idea, un progetto. Avere un’idea o un progetto non vuol dire avere necessariamente bisogno di fare degli investimenti economici per poi sperare di avere un ritorno. Se vogliamo vivere un territorio bisogna essere assolutamente umili, autocritici e accettare la possibilità di vivere il territorio indipendentemente da quello che può essere un riscontro economico. Avere una buona idea, che può portare una persona a tornare a casa dalla propria famiglia, dai propri amici, ma parallelamente di sviluppare un progetto, è fattibile. L’unico consiglio che posso dare è, prima di farlo, parlatene con chi l’ha già fatto, perché nessuno può darvi consigli migliori di chi l’ha fatto e di chi, soprattutto, ha sbagliato.

Qual è il percorso da intraprendere per iniziare a lavorare nel settore della comunicazione?

Una persona che vuole entrare nel settore della comunicazione ha bisogno di un percorso di studi che deve necessariamente fare al di fuori della nostra città. I ragazzi che oggi studiano e che sognano di lavorare nel mondo della comunicazione si ritroveranno tra quattro anni a lavorare tra Roma, Bologna, Milano, Firenze, Londra, New York; ma un ragazzo che studia che, si laurea non deve necessariamente puntare ad un lavoro fisico che sia in una sede di New York, di Milano o di Londra. Penso che il 40 per cento dei miei colleghi siano diventati zingari digitali, ormai viaggiano il mondo o stanno a casa loro, nel paesino o nella grande città, lavorando da casa. Questo perché sono cambiate le dinamiche sociali, è cambiato l’approccio lavorativo nel settore della comunicazione. Il percorso di studi è necessario, non è necessario andare via se ci si specializza in un settore dove può bastare l’utilizzo di un pc e di una connessione.

Come si può convincere un’attività, specialmente se piccola, a investire in comunicazione?

C’è una grande differenza tra l’impresa che ha un budget prefissato annuale di investimento in pubblicità e la piccola attività. Le attività commerciali che non hanno o che magari hanno budget ma che non credono in quel tipo di investimento, hanno la fortuna, rispetto a tanti anni fa, di poter approcciare al mercato con l’utilizzo di un social, il che li ha aiutati tantissimo. C’è però una differenza tra il pubblicare semplicemente un prodotto e pubblicarlo con un messaggio e una modalità pubblicitaria studiata. Anni fa ho tenuto un corso per imprenditori di piccolissime attività a Roma, in cui raccontavo come è cambiato il ritorno, grazie ai social, nei secondi sei mesi dell’anno rispetto ai primi sei mesi dell’anno. Nel caso specifico si trattava di un negozio di abbigliamento. I primi sei mesi l’attività ha continuato a gestire il social in maniera personale, come fanno un po tutti quelli che magari non hanno un social media manager o un’agenzia pubblicitaria che li segue. I secondi sei mesi questa attività commerciale è stata seguita gratuitamente (perché è servita come test) da un’agenzia di comunicazione che ha gestito per sei mesi la pubblicazione, le promozioni, i video, il linguaggio utilizzato nei post. Il fatturato aumentato è stato circa il 13 per cento, che in realtà è pochino, però parliamo di sei mesi. Quella case-history io la stamperei e la porterei a tutti i commercianti dalla mia città per raccontargli quanto sia importante fare comunicazione in maniera corretta e quanto sia importante non farlo in maniera sbagliata.

 

Maicol Palumbo

Direttore Creativo

✉️ book@maicolpalumbo.it
🌐 https://www.maicolpalumbo.it/

1969

1969

L’agenzia statunitense ARPA, istituita dal ministero della Difesa, lancia il progetto ArpaNet, la rete che avrebbe dovuto mettere in contatto i ricercatori delle università americane. Viene stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e la University of Utah. Viene definito il primo protocollo di collegamento (NCP – Network Control Protocol).

1971

1971

ArpaNet si sviluppa rapidamente: agli inizi degli anni ’70 sono ben 23 i computer collegati tra loro negli Stati Uniti. In quello stesso periodo Ray Tomlinson definisce il programma per lo scambio di messaggi in rete e nasce la posta elettronica.

1974

1974

Grazie al lavoro di ricerca del CNUCE di Pisa nasce RPCNET, tra le prime reti in Europa in grado di competere per efficienza con ARPANET ed altre reti esistenti all’epoca.

1978

1978

Bob Kahn e Vint Cerf definiscono i protocolli TCP/IP. Grazie all’utilizzo dei router le informazioni vengono “impacchettate” con un sistema IP, in modo da farle viaggiare su reti diverse. Un anno dopo Luciano Lenzini, responsabile del reparto Networking del CNUCE, incontra Peter Kirkstein, direttore del dipartimento della Computer science della University College of London, che gli propone di partecipare al progetto di sperimentazione europea di Internet.

1980

1980

Il protocollo TCP/IP viene adottato come standard e comincia la diffusione di Internet. Lenzini scrive a Bob Kahn per chiedere di partecipare al programma di sperimentazione della nuova rete di trasmissione dati promosso dalla agenzia DARPA del Dipartimento della Difesa del Governo USA. Durante una riunione a CNUCE stabiliscono la configurazione del nodo italiano di Internet.