“L’Orso e la Formica”: nuove connessioni tra uomo e ambiente

L’idea che ha portato alla nascita del progetto digitale “L’Orso e la Formica” è quella di coinvolgere le persone, attraverso un approccio narrativo nuovo e sorprendente, in un cammino verso la scoperta di un territorio davvero unico, fatto di piccoli e grandi abitanti. Grazie al lavoro di Elisabetta Tosoni, Bruno D’Amicis e Umberto Esposito, le parole e le immagini de “L’Orso e la Formica” costruiscono un racconto di sensazioni che mira a farci sentire parte, e non spettatori, del nostro ambiente .

Qual è l’idea dietro alla scelta del titolo “L’orso e la formica?”

Il titolo “L’orso e la formica” racchiude tutto il nostro pensiero: da una parte abbiamo un animale come l’orso che può pesare fino a 200 kg, dall’altra abbiamo invece un essere piccolissimo, anche se in realtà vive come entità sociale numerosissima, quindi in realtà è un super organismo. Un grande organismo e un super organismo che in qualche modo dipendono l’uno dall’altro, e questo è un po’ il simbolo di quello che è un ecosistema. Un ecosistema è un insieme di tutte le relazioni che legano gli esseri viventi, dalle piante agli uomini e agli animali, quindi noi siamo compresi. Ed è un ecosistema che per poter sopravvivere deve rimanere ricco e diverso, soprattutto non dobbiamo in qualche modo interrompere questo legame. Qualsiasi rottura di questo legame potrebbe alterare totalmente l’equilibrio, e questo va a danneggiare non solo l’orso, ma gli uomini e il pianeta.

Perché è importante salvaguardare l’ambiente dove vive l’orso bruno marsicano?

Ci sono in Appennino non più di 50-60 orsi in un’area molto ristretta, quasi tutti concentrati in un’area di soli 1.300 chilometri quadri, ma l’Appennino potrebbe accogliere fino a 200 orsi. L’orso è una specie che in qualche modo deve attrarre la nostra attenzione in termini di conservazione, perché basta poco per far sì che questo animale possa scomparire. Con la scomparsa dell’orso non scompare solo l’orso, scompare un intero ecosistema. L’orso viene considerato una sorta di specie-ombrello: considerate che è un animale che può occupare un territorio di 300 chilometri quadri. Quindi se io riesco a proteggere questo territorio, io proteggo i 300 chilometri quadri, ma in questi 300 chilometri quadri non ci sono solo orsi, ci sono formiche, insetti, piante, ci siamo noi. Dobbiamo immaginare che un ecosistema è come se fosse una sorta di puzzle, oppure una sorta di costruzione con i Lego. Noi possiamo fare una torre altissima, se però cominciamo a togliere degli elementi di questa torre, la torre prima o poi crolla.

Qual è il tuo approccio alla fotografia di una specie sensibile e particolarmente protetta come l’orso bruno marsicano?

Il nostro approccio di progetto alla fotografia di una specie sensibile, particolarmente protetta e minacciata come l’orso bruno marsicano, è stratificato. Inizia innanzitutto con la volontà di rispettare quanto più possibile la libertà di movimento dell’animale e i momenti più delicati della sua esistenza. Nascendo anche da un gusto molto incentrato sulla spettacolarità del contesto in cui si muove l’animale, spesso ci siamo accontentati di osservarlo e fotografarlo anche a 800-900 metri, quindi a grandissima distanza, non curandoci dell’aria, della scarsa qualità dell’immagine, ma soprattutto apprezzando la comparsa di questo animale; perché poi di fondo quello che rende così unico l’orso è questo accento che l’animale apporta al paesaggio. Prima non c’è, poi a un certo punto appare. Questo puntino, che spesso è lontanissimo, aumenta magicamente la scala di un territorio: la valle diventa più grande, le montagne più elevate, e ci si sente proiettati in un mondo altro.

Che ruolo hanno i social network nella sensibilizzazione delle tematiche ambientali?

I social hanno portato un’attenzione fortissima sull’ambiente, in particolare negli ultimi mesi anche a causa della forzata immobilità di molti dovuta alle restrizioni legate al Covid-19, quindi sicuramente sono stati una cassa di risonanza per tante tematiche. Il problema è sempre quello annoso della confusione che creano, ovvero il fatto di essere a volte esposti a una irradiazione di informazioni talvolta in palese contraddizione anche sugli stessi canali. Quindi se da una parte sono un momento per condividere raggiungendo grandissimi numeri, probabilmente mai raggiunti anche dall’editoria di settore, per veicolare dei messaggi importanti, dall’altra bisogna fare attenzione affinché non creino un’assuefazione agli standard dei social, perché i social sono anche un distillato di quelle che sono immagini, sensazioni e contenuti che vengono spesso giustamente anche filtrati. Quindi che non si crei un punto di partenza che non combacia con la realtà e che quindi non crei delle aspettative, delle situazioni un po’ paradossali per cui si arriva in un territorio e si cercano delle emozioni talmente forte o degli eventi talmente dilazionati normalmente nel tempo per cui tutto sembra accelerato. Quindi se da una parte veicolano l’attenzione, dall’altra possono creare delle false aspettative che a loro volta hanno una ricaduta assolutamente negativa sul modo di fruire il territorio. L’altra occasione che si rischia di perdere e che andrebbe acciuffata al volo è quella che o grandi numeri, la frequenza con cui si parla di natura, potrebbero aiutare a quello che personalmente considero il fine ultimo della comunicazione: trasformare i valori della conservazione della natura in valori universali, per cui ciascun individuo si senta mancare nel momento in cui non vengono rispettati.

Elisabetta Tosoni
Biologa

Bruno D’Amicis
Biologo e Fotografo Naturalista

✉️  info@orsoeformica.it
🌐 https://www.orsoeformica.it/

1969

1969

L’agenzia statunitense ARPA, istituita dal ministero della Difesa, lancia il progetto ArpaNet, la rete che avrebbe dovuto mettere in contatto i ricercatori delle università americane. Viene stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e la University of Utah. Viene definito il primo protocollo di collegamento (NCP – Network Control Protocol).

1971

1971

ArpaNet si sviluppa rapidamente: agli inizi degli anni ’70 sono ben 23 i computer collegati tra loro negli Stati Uniti. In quello stesso periodo Ray Tomlinson definisce il programma per lo scambio di messaggi in rete e nasce la posta elettronica.

1974

1974

Grazie al lavoro di ricerca del CNUCE di Pisa nasce RPCNET, tra le prime reti in Europa in grado di competere per efficienza con ARPANET ed altre reti esistenti all’epoca.

1978

1978

Bob Kahn e Vint Cerf definiscono i protocolli TCP/IP. Grazie all’utilizzo dei router le informazioni vengono “impacchettate” con un sistema IP, in modo da farle viaggiare su reti diverse. Un anno dopo Luciano Lenzini, responsabile del reparto Networking del CNUCE, incontra Peter Kirkstein, direttore del dipartimento della Computer science della University College of London, che

1980

1980

Il protocollo TCP/IP viene adottato come standard e comincia la diffusione di Internet. Lenzini scrive a Bob Kahn per chiedere di partecipare al programma di sperimentazione della nuova rete di trasmissione dati promosso dalla agenzia DARPA del Dipartimento della Difesa del Governo USA. Durante una riunione a CNUCE stabiliscono la configurazione del nodo italiano di Internet.